lunedì 5 maggio 2008

I 7 RE

Primitiva forma di governo di Roma fu la monarchia, pur se con un numero di re o di sacerdoti-re probabilmente superiore a quello della tradizione; l’ampliamento del suo territorio avvenne lentamente con l’annessione violenta o pacifica di villaggi vicini, soprattutto sabini; la sottomissione di Alba Longa le diede la supremazia nell’ambito della Lega latina, mentre la costruzione di un ponte sul Tevere (Sublicio) e un probabile primo insediamento alla sua foce, dove poi venne dedotta la colonia di Ostia, segnarono il principio di un’attività economica e militare di più ampio respiro. A fare però del modesto centro di agricoltori e di pastori una città-Stato munita di valide mura, con una rilevante popolazione urbana, dedita all’artigianato e al commercio, e un vasto contado, furono gli Etruschi, che o l’occuparono per assicurarsi le comunicazioni con le loro colonie della Campania o vi regnarono con principi indipendenti provenienti dalla loro gente o, comunque, vi trasmisero la loro civiltà. Sta di fatto che l’influsso che esercitarono sullo sviluppo di Roma ha lasciato tracce evidenti nelle sue istituzioni politiche, civili e religiose, nonché nella struttura urbanistica, anche se la città conservò sostanzialmente il suo carattere latino.
Dopo la fondazione della citta, Romolo ne divenne il primo Re e provvide all’aumento della popolazione con la concessione del diritto di asilo ai fuggiaschi dai paesi vicini e procurando loro le spose con il leggendario rapimento delle donne Sabine durante una festa religiosa; risolse quindi il conseguente conflitto scoppiato con i Sabini accogliendoli a tutti gli effetti nella civitas romana e associando al trono il loro re, Tito Tazio . Per un breve periodo, quindi, Roma venne governata da due Re i quali, per evitare problemi di integrazione tra le diverse etnie, diedero alla città un ordinamento che prevedeva la suddivisione della popolazione in tre tribù a rispecchiare l’origine multietnica della città: Ramnes (latini), Tities (sabini) e Luceres (etruschi). Ogni tribù comprendeva dieci “curie” e ogni curia dieci famiglie; le curie si riunivano in assemblee (“comizi curiati”), in cui venivano prese a maggioranza le più importanti decisioni riguardanti la vita dei cittadini. Ogni curia doveva contribuire all’esercito fornendo una “centuria” di fanti (100) e una “decuria” di cavalieri (10), per un totale 3.000 fanti e 300 cavalieri sotto il diretto comando (imperium) del Re, che assolveva pure alle funzioni di sommo sacerdote e giudice supremo. Vi era poi il consiglio degli anziani (senes, donde la denominazione di Senato), formato dai Patres, i capi delle famiglie più importanti, che coadiuvava il Re nel governo ed era responsabile della sua elezione. Tito Tazio morì molto presto, forse in un’imboscata presso Lavinio, e lasciò Romolo unico monarca della nuova città: questi suddivise Roma in due grandi classi: i “patrizi”, discendenti delle famiglie più importanti, e i “plebei”, che rappresentavano la “moltitudine”, cioè tutti coloro che non erano patrizi; quindi la prima distinzione in classi dell’ordinamento romano si basava sulle origini delle persone piuttosto che sulla ricchezza. I plebei non avevano alcun diritto politico e l’unico modo per tutelarsi era quello di diventare “clienti” di un patrizio, fornendogli servizi in cambio di protezione. Dopo quasi quarant’anni di regno (753 a.C. - 716 a.C.) impegnati nell’elaborazione delle principali istituzioni politiche, militari e religiose di Roma, oltre che in fortunate imprese belliche (come la conquista di nuovi territori sottratti all’etrusca Veio e alla latina Fidene), Romolo scomparve misteriosamente durante un’eclissi di sole accompagnata da una tempesta, mentre passava in rassegna l’esercito: lo si disse asceso al cielo e, pertanto, fu venerato come divinità protettrice di Roma con il nome di Quirino, ma non mancò il sospetto che fosse stato ucciso dai senatori insofferenti della sua autorità.
Secondo la tradizione, dei sei successori, i primi tre furono indigeni con alternanza di un sabino e di un romano; gli ultimi tre provennero dall’Etruria. Questa suddivisione fa pensare che, dopo un periodo in cui l’alleanza tra latini e sabini riuscì ad escludere dal potere la tribù di origine etrusca (Luceri), gli stessi, nel momento di loro massima espansione, riuscirono a ribaltare la situazione e ad imporre al governo di Roma un loro magistrato; del resto Roma si trovava proprio al centro delle loro rotte verso il sud dove avevano già colonizzato alcune città della Campania. Il sabino Numa Pompilio (715 a.C. - 672 a.C.), ispirato dalla ninfa Egeria e dedito a opere di pace, riformò il calendario, istituì i principali collegi sacerdotali e fece innalzare il tempio di Giano. Il romano Tullo Ostilio (672 a.C. - 640 a.C.) conquistò Alba Longa, grazie alla vittoria degli Orazi sui Curiazi , e instaurò un’egemonia sulle popolazioni vicine. Anco Marzio (640 a.C. - 615 a.C.), nipote di Numa, insediò sull’Aventino i Latini assoggettati, fondò la colonia di Ostia, aprendo la via all’espansione commerciale, e promosse la costruzione di notevoli opere pubbliche (ponte Sublicio, acquedotto dell’Aqua Marcia, le saline, il primo carcere pubblico). Dei tre re di origine etrusca, Tarquinio Prisco (615 a.C. - 587 a.C.), trasferitosi a Roma da Tarquinia, riuscì a farsi eleggere re ingraziandosi vasti strati della popolazione: attraverso una vera e propria campagna elettorale ottenne l’appoggio della plebe, che nel frattempo era cresciuta nella città ed includeva ora i nuovi artigiani e commercianti etruschi (i quali, pur non avendo diritti politici, avevano una grande disponibilità di denaro). Dopodiché, consolidò il prestigio della monarchia con le vittorie sui Sabini e i Latini, con provvedimenti a favore delle classi inferiori (minores gentes) e l’intrapresa di grandi lavori quali il circo Massimo, i portici del Foro, la Cloaca Massima, il tempio di Giove sul Campidoglio, nonché con l’adozione di prerogative regali come il corpo di guardia di dodici littori e l’uso di trono, scettro e toga purpurea. Servio Tullio (587 a.C. - 549 a.C.), di nascita oscura, ma allevato accuratamente nella reggia perché predestinato al regno da segni divini, ampliò la città fino a comprendere i sette colli (Palatino, Campidoglio, Celio, Aventino, Quirinale, Viminale, Esquilino), cingendoli di una solida cerchia di mura (mura “serviane”). A questo punto, la necessità di dotare Roma di un esercito all’altezza della sua nuova dimensione (nel suo territorio, che si estendeva dal Lazio alla Sabina e alla bassa Etruria, vivevano qualcosa come ottocentomila persone, di cui almeno centomila nell’Urbe), convinse il re a operare una profonda riforma delle istituzioni cittadine sostituendo alla primitiva divisione dei cittadini secondo la nascita, quella in classi secondo il census (la ricchezza): ciascuna classe forniva un determinato numero di centurie di fanti e cavalieri, per un totale superiore ai ventimila soldati. Ma le centurie non furono solo delle unità militari, in quanto sostituirono dal punto di vista politico le curie: nelle assemblee dei “comizi centuriati” ad ogni centuria veniva assegnato un voto, con il risultato che il potere passava dai nobili patrizi ai ricchi, i quali erano coloro in grado di finanziare un esercito adeguato. I comizi curiati continuarono ad esistere, ma si occuparono di questioni minori. Infine, con la fondazione del tempio di Diana sull’Aventino, Servio Tullio fece della città un centro di attrazione politico e religioso per molte comunità latine. Con Lucio Tarquinio, detto il “Superbo” (549 a.C. - 509 a.C.) si ebbe la fine della monarchia. Giunto al potere con l’uccisione di Servio Tullio, ridusse i Romani ad uno stato servile, tanto che le opere pubbliche venivano realizzate con il lavoro gratuito e obbligatorio degli stessi cittadini, patrizi e plebei indistintamente. Nonostante i numerosi successi militari sui popoli vicini, i suoi metodi tirannici gli suscitarono contro una violenta reazione, soprattutto dei patrizi, che si sentivano danneggiati nei loro privilegi: l’affronto recato da suo figlio Sesto a Lucrezia, uccisasi per la vergogna, fu la scintilla della rivolta che, sotto la guida del marito offeso, Tarquinio Collatino, di Giunio Bruto

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