lunedì 5 maggio 2008
LA CANZONE DI TESTACCIO
Cor core acceso de la passione
undici atleti Roma chiamò
e sott'ar sole der Cuppolone
'na bella maja e du' colori je portò.
Li du' colori de Roma nostra
oggi signora der futtebbal,
non più maestri né professori
mo' sò dolori perché "Roma" ce sa fà.
C'è Masetti ch'è primo portiere;
De Micheli scrucchia ch'è 'n piacere;
poi c'è quer torello de Bodini;
cor gran Furvio Bernardini,
che dà scòla all'argentini.
Poi c'è stà Ferraris er mediano
granne nazionale e capitano;
Chini, Fasanelli e Costantino,
cò Lombardi e cò D'Aquino;
Vorche (Volk, n.d.r.) è 'n mago pe' segnà!
Campo Testaccio ciai tanta gloria,
nessuna squadra ce passerà.
Ogni partita è 'na vittoria,
ogni romano è n'bon tifoso e sà strillà.
Petti d'acciaio, astuzia e core
corpi de testa da fa 'ncantà.
Passaggi ar volo co' precisione
e via er pallone che la rete và a trovà.
Quanno che 'ncomincia la partita
ogni tifosetta se fà ardita,
strilla Forza Roma a tutto spiano
co' la bandieretta 'n mano,
perchè cià er core romano.
L'ala centra e Vorche (Volk, n.d.r.) tira e segna,
questo è er gioco e "Roma" ve lo 'nsegna!
Cari professori appatentati
sete belli e liquidati
perché Roma ce sa fà.
Semo giallorossi e lo sapranno
tutti l'avversari de st'artranno.
Fin che Sacerdoti ce stà accanto
porteremo sempre er vanto
Roma nostra brillerà ....
undici atleti Roma chiamò
e sott'ar sole der Cuppolone
'na bella maja e du' colori je portò.
Li du' colori de Roma nostra
oggi signora der futtebbal,
non più maestri né professori
mo' sò dolori perché "Roma" ce sa fà.
C'è Masetti ch'è primo portiere;
De Micheli scrucchia ch'è 'n piacere;
poi c'è quer torello de Bodini;
cor gran Furvio Bernardini,
che dà scòla all'argentini.
Poi c'è stà Ferraris er mediano
granne nazionale e capitano;
Chini, Fasanelli e Costantino,
cò Lombardi e cò D'Aquino;
Vorche (Volk, n.d.r.) è 'n mago pe' segnà!
Campo Testaccio ciai tanta gloria,
nessuna squadra ce passerà.
Ogni partita è 'na vittoria,
ogni romano è n'bon tifoso e sà strillà.
Petti d'acciaio, astuzia e core
corpi de testa da fa 'ncantà.
Passaggi ar volo co' precisione
e via er pallone che la rete và a trovà.
Quanno che 'ncomincia la partita
ogni tifosetta se fà ardita,
strilla Forza Roma a tutto spiano
co' la bandieretta 'n mano,
perchè cià er core romano.
L'ala centra e Vorche (Volk, n.d.r.) tira e segna,
questo è er gioco e "Roma" ve lo 'nsegna!
Cari professori appatentati
sete belli e liquidati
perché Roma ce sa fà.
Semo giallorossi e lo sapranno
tutti l'avversari de st'artranno.
Fin che Sacerdoti ce stà accanto
porteremo sempre er vanto
Roma nostra brillerà ....
LA LEGGENDA DE TESTACCIO
Il Testaccio è una collina artificiale con base vagamente triangolare, posta sulla sponda sinistra del Tevere, nella zona sud - est di Roma. Alta circa 35 m, ha un perimetro di 1490 m e una superficie complessiva che si aggira intorno ai 2200 mq. Si tratta di un piccolo monte, ma un tempo era definito il maggiore dei sette colli artificiali di Roma: Augusto, Cenci,Citorio, Giordano, Savelli, Secco. Il suo nome attuale deriva dall’etimo latino "testa" che significa coccio: deve infatti la sua origine allo scarico regolare dei frammenti delle anfore rotte, per lo più olearie. Da qui il nome popolare di Monte dei Cocci. Per i romani del periodo di Cervantes, il Testaccio era infatti una discarica ove erano state buttate le anfore, che arrivavano a Roma con vari prodotti pagati come tributo da tutte le provincie dell'Impero Romano. Questa discarica, quindi, era considerata il simbolo dell'orgoglio e del potere di Roma antica. Probabilmente è proprio per questo motivo che il Monte si è conservato nei secoli: monte che, secondo la documentazione conosciuta, era di proprietà del popolo romano che difese strenuamente questa sua prerogativa fino al punto di prevedere pene detentive per chi asportava cocci dal Monte. Le tradizione popolare aveva ragione solo in parte; certamente nel Testaccio si trovano i contenitori che portavano i tributi a Roma, ma sono quasi tutti provenienti da un'unica provincia, la Betica, e portavano prevalentemente un solo prodotto, l'olio d'oliva. Il Testaccio sino alla fine del secolo scorso è stato un punto di incontro per il popolo romano; nel medioevo vi si tenevano feste di carnevale e per lungo tempo, per la sua somiglianza con il Calvario, si effettuarono delle vie crucis, ricordate dalla croce che ancora oggi rimane sulla sua cima. Dal secolo sedicesimo in poi all'interno delle sue pendici si costruirono cantine ove il vino si conservava particolarmente fresco. L'esistenza di queste cantine rinforzò il carattere ludico del Monte e dei suoi dintorni fino alla fine del secolo scorso quando cominciò l’urbanizzazione della zona.
LA LEGGENDA DE TESTACCIO
Il Testaccio è una collina artificiale con base vagamente triangolare, posta sulla sponda sinistra del Tevere, nella zona sud - est di Roma. Alta circa 35 m, ha un perimetro di 1490 m e una superficie complessiva che si aggira intorno ai 2200 mq. Si tratta di un piccolo monte, ma un tempo era definito il maggiore dei sette colli artificiali di Roma: Augusto, Cenci,Citorio, Giordano, Savelli, Secco. Il suo nome attuale deriva dall’etimo latino "testa" che significa coccio: deve infatti la sua origine allo scarico regolare dei frammenti delle anfore rotte, per lo più olearie. Da qui il nome popolare di Monte dei Cocci. Per i romani del periodo di Cervantes, il Testaccio era infatti una discarica ove erano state buttate le anfore, che arrivavano a Roma con vari prodotti pagati come tributo da tutte le provincie dell'Impero Romano. Questa discarica, quindi, era considerata il simbolo dell'orgoglio e del potere di Roma antica. Probabilmente è proprio per questo motivo che il Monte si è conservato nei secoli: monte che, secondo la documentazione conosciuta, era di proprietà del popolo romano che difese strenuamente questa sua prerogativa fino al punto di prevedere pene detentive per chi asportava cocci dal Monte. Le tradizione popolare aveva ragione solo in parte; certamente nel Testaccio si trovano i contenitori che portavano i tributi a Roma, ma sono quasi tutti provenienti da un'unica provincia, la Betica, e portavano prevalentemente un solo prodotto, l'olio d'oliva. Il Testaccio sino alla fine del secolo scorso è stato un punto di incontro per il popolo romano; nel medioevo vi si tenevano feste di carnevale e per lungo tempo, per la sua somiglianza con il Calvario, si effettuarono delle vie crucis, ricordate dalla croce che ancora oggi rimane sulla sua cima. Dal secolo sedicesimo in poi all'interno delle sue pendici si costruirono cantine ove il vino si conservava particolarmente fresco. L'esistenza di queste cantine rinforzò il carattere ludico del Monte e dei suoi dintorni fino alla fine del secolo scorso quando cominciò l’urbanizzazione della zona.
CAMPO TESTACCIO
"L'affetto della folla romanista è stato per me il maggior conforto della mia carriera. Esso mi ha sostenuto sempre, mi ha spronato a prodigare ogni mia forza per la grandezza della Roma. Ho la più profonda gratitudine per gli sportivi della Capitale".
Guido Masetti
Guido Masetti
LA PRIMA SQUADRA DELLA CAPITALE
Beh, una cosa è sicura... non è stata la Lazie! La Lazie nasce nel 1900 sì, ma come società podistica... il "fùtbol" non sapeva manco che era, visto che lo scoprirà solo nel 1910... Nel 1901 invece, il "Roma Foot-Ball Club" il calcio sapeva benissimo cos'era, tant'è che iniziò subito a giocare a pallone, mentre i biancocelesti si davano alle corse... E questa enciclopedia non l'ha fatta un romanista!
FONDAZIONE DELLA AS ROMA

Massimo Izzi, studioso della storia della Roma, scrive che "la Roma è stata fondata in Via Forlì 16 il 7 giugno 1927. Il particolare è assolutamente incontrovertibile. Il comune di Roma aveva addirittura autorizzato la concessione di una targa commemorativa, che per l'opposizione del condominio dello stabile non è stata poi affissa". In effetti il quotidiano "Il Messaggero", già il 20 giugno del 1927 pubblicava un articolo intitolato "L'Associazione Sportiva Roma, le dichiarazioni di Italo Foschi sull'organizzazione del nuovo ente" e già il 17 luglio 1927 la Roma giocava al Motovelodromo Appio contro l'UTE (2-1 con reti di Cappa e Heger). In occasione dell'80° anniversario della Roma, l'A.S. Roma riconosceva la sua reale data di fondazione. * L'annuncio dell'8 giugno 1927: "Gli sportivi romani esulteranno certamente di legittima soddisfazione apprendendo che finalmente è stato raggiunto l'accordo fra tre delle massime associazioni calcistiche. Accordo raggiunto per quella tanto desiderata fusione di forze e di valori che dovrà dare al calcio romano un nuovo assetto ed una nuova forza vivificatrice. L'ormai avvenuta fusione delle tre società <>, <> e <> è quanto di più desiderabile, nell'interesse dello sport romano, potevano augurarsi le folle sportive. Al di sopra di interessi minimi di entità personale è stato posto finalmente un unico e grande interesse: quello dello sport. Di ciò va data ampia lode ai benemeriti dirigenti le tre Associazioni ed in principal modo ai presidenti comm. Italo Foschi, anima dell'auspicata fusione, on. Ulisse Igliori e avv. Vittorio Scialoja.
LA RIUNIONE DI IERI SERA Ieri sera si sono riuniti i presidenti delle tre società Alba, Fortitudo e Roman nelle persone dell'on. Ulisse Igliori, del comm. Italo Foschi e dell'avv. Vittorio Scialoja, i quali riconoscendo la necessità di dotare Roma di una grande squadra di calcio, e di dare incremento a tutti gli sports atletici, hanno deciso, anche in ossequio al desiderio delle superiori gerarchie del Partito, di fondere gli Enti da loro presieduti e di costituire un nuovo organismo che prenderà il nome di Associazione Sportiva Roma. L'accordo è stato raggiunto con rapidità fascista e la fusione è ormai un fatto compiuto ed avrà inizio non appena cessati gli attuali impegni dei vari campionati in corso. La nuova squadra giuocherà con la maglia dai colori di Roma, fregiata dallo scudo verde sormontato dalla lupa e dal fascio littorio. Il campo sportivo sarà quello del Motovelodromo Appio, al quale saranno apportati notevoli miglioramenti. Il nuovo Ente disporrà anche di un campo di allenamento al Testaccio".
E' bene precisare che la storiografia ufficiale, perlomeno fino al 2007, ha collocato la nascita della Roma al
22 luglio 1927da molti considerata in ogni caso la data di nascita dell'A.S. Roma. Clicca qui per conoscere le ragioni di costoro.
LA RIUNIONE DI IERI SERA Ieri sera si sono riuniti i presidenti delle tre società Alba, Fortitudo e Roman nelle persone dell'on. Ulisse Igliori, del comm. Italo Foschi e dell'avv. Vittorio Scialoja, i quali riconoscendo la necessità di dotare Roma di una grande squadra di calcio, e di dare incremento a tutti gli sports atletici, hanno deciso, anche in ossequio al desiderio delle superiori gerarchie del Partito, di fondere gli Enti da loro presieduti e di costituire un nuovo organismo che prenderà il nome di Associazione Sportiva Roma. L'accordo è stato raggiunto con rapidità fascista e la fusione è ormai un fatto compiuto ed avrà inizio non appena cessati gli attuali impegni dei vari campionati in corso. La nuova squadra giuocherà con la maglia dai colori di Roma, fregiata dallo scudo verde sormontato dalla lupa e dal fascio littorio. Il campo sportivo sarà quello del Motovelodromo Appio, al quale saranno apportati notevoli miglioramenti. Il nuovo Ente disporrà anche di un campo di allenamento al Testaccio".
E' bene precisare che la storiografia ufficiale, perlomeno fino al 2007, ha collocato la nascita della Roma al
22 luglio 1927da molti considerata in ogni caso la data di nascita dell'A.S. Roma. Clicca
il romano
Il Romano mi sembra superiore, sotto tutti gli aspetti, alle altre popolazioni d'Italia. Ha più forza di carattere, più semplicità e, incomparabilmente, più spirito. Dategli un Napoleone per venti anni e i Romani saranno sicuramente il primo popolo d'Europa"
Stendhal, dal "Voyages en Italie", 1826.
Stendhal, dal "Voyages en Italie", 1826.
LE SASSAIOLE DELL'800
LE SASSAIOLEAncora alla fine dell’Ottocento si combattevano fra rione e rione furiose battaglie con i sassi. Era uno sfogo, una valvola di sicurezza per calmare i bollenti spiriti dei bulli e bulletti romani, dai più piccoli, ai giovanotti, agli uomini maturi. La sassaiola, per i romani di allora, era il corrispettivo della partita di calcio domenicale, sembrava che non se ne potesse fare a meno, serviva a scaricare gli sitinti di violenza e di potenza di un popolo focoso e fiero, dal temperamento aggressivo, che non poteva stare tanto tempo senza attaccare “buglia”, senza menar le mani. Le squadre rivali si affrontavano come in un campo di battaglia, si circondavano, catturavano ostaggi da una riva all’altra del Tebro. Ma il campo di battaglia preferito per le sassaiole dei bulletti di Trastevere, Regola, Monti, sempre in guerra fra loro come cani e gatti. era sempre il Foro Romano, detto “Campo Vaccino”, intorno a un abbeveratoio ricavato da un’enorme vasca di granito, trovata sotto la statua di Marforioo, conservata oggi in Campidoglio e famosa come “statua parlante”, interlocutrice di quella, più celebre, di Pasquino La pregevole vasca di granito fu poi destinata da Pio VII a vasca di fontana sotto i cavalli dei Dioscuri, sul Quirinale. Queste sassaiole però avvenivano anche a S. Cosimato, a vicolo del Cedro, al Testaccio, al Mattatoio.
IL COLOSSEO

Il suo vero nome è Anfiteatro Flavio perche fu iniziato da Flavio Vespasiano della famiglia Flavia e inaugurato da suo figlio Tito il 21 Aprile dell '80, ma gli ultimi lavori furono compiuti sotto Domiziano. Il termine Colosseo gli fu dato forse per la vicinanza con la monumentale statua di Nerone detto il Colosso, oppure dal luogo in cui sorse, anticamente detto Collis Isei, da un Tempio di Iside che era sul colle Oppio. Vi si svolgevano i duelli tra i gladiatori, ma anche le venationes, ossia le cacce agli animali feroci, e le naumachie, ovvero le battaglie navali; non sono invece storicamente documentate i martìri di cristiani. Peraltro l' anfiteatro restò in funzione con spettacoli circensi relativi alle cacce anche dopo la cristianizzazione di Roma, fino al VI secolo. Gli spettatori raggiungevano i 70.000, sedendo sulle gradinate di mattoni, mentre la tribuna d'onore aveva sedili di marmo; 80 erano gli ingressi. Esternamente era alto 57 metri e le due ellissi misuravano 188 e 156 metri; l'arena si estendeva in 56 metri per 76. Il monumento è legato ad una profezia del venerabile Beda, vissuto nell'VIII secolo: «Finché esisterà il Colosseo esisterà anche Roma; quando cadrà il Colosseo cadrà anche Roma; quando cadrà Roma cadrà anche il mondo».
I 7 RE
Primitiva forma di governo di Roma fu la monarchia, pur se con un numero di re o di sacerdoti-re probabilmente superiore a quello della tradizione; l’ampliamento del suo territorio avvenne lentamente con l’annessione violenta o pacifica di villaggi vicini, soprattutto sabini; la sottomissione di Alba Longa le diede la supremazia nell’ambito della Lega latina, mentre la costruzione di un ponte sul Tevere (Sublicio) e un probabile primo insediamento alla sua foce, dove poi venne dedotta la colonia di Ostia, segnarono il principio di un’attività economica e militare di più ampio respiro. A fare però del modesto centro di agricoltori e di pastori una città-Stato munita di valide mura, con una rilevante popolazione urbana, dedita all’artigianato e al commercio, e un vasto contado, furono gli Etruschi, che o l’occuparono per assicurarsi le comunicazioni con le loro colonie della Campania o vi regnarono con principi indipendenti provenienti dalla loro gente o, comunque, vi trasmisero la loro civiltà. Sta di fatto che l’influsso che esercitarono sullo sviluppo di Roma ha lasciato tracce evidenti nelle sue istituzioni politiche, civili e religiose, nonché nella struttura urbanistica, anche se la città conservò sostanzialmente il suo carattere latino.
Dopo la fondazione della citta, Romolo ne divenne il primo Re e provvide all’aumento della popolazione con la concessione del diritto di asilo ai fuggiaschi dai paesi vicini e procurando loro le spose con il leggendario rapimento delle donne Sabine durante una festa religiosa; risolse quindi il conseguente conflitto scoppiato con i Sabini accogliendoli a tutti gli effetti nella civitas romana e associando al trono il loro re, Tito Tazio . Per un breve periodo, quindi, Roma venne governata da due Re i quali, per evitare problemi di integrazione tra le diverse etnie, diedero alla città un ordinamento che prevedeva la suddivisione della popolazione in tre tribù a rispecchiare l’origine multietnica della città: Ramnes (latini), Tities (sabini) e Luceres (etruschi). Ogni tribù comprendeva dieci “curie” e ogni curia dieci famiglie; le curie si riunivano in assemblee (“comizi curiati”), in cui venivano prese a maggioranza le più importanti decisioni riguardanti la vita dei cittadini. Ogni curia doveva contribuire all’esercito fornendo una “centuria” di fanti (100) e una “decuria” di cavalieri (10), per un totale 3.000 fanti e 300 cavalieri sotto il diretto comando (imperium) del Re, che assolveva pure alle funzioni di sommo sacerdote e giudice supremo. Vi era poi il consiglio degli anziani (senes, donde la denominazione di Senato), formato dai Patres, i capi delle famiglie più importanti, che coadiuvava il Re nel governo ed era responsabile della sua elezione. Tito Tazio morì molto presto, forse in un’imboscata presso Lavinio, e lasciò Romolo unico monarca della nuova città: questi suddivise Roma in due grandi classi: i “patrizi”, discendenti delle famiglie più importanti, e i “plebei”, che rappresentavano la “moltitudine”, cioè tutti coloro che non erano patrizi; quindi la prima distinzione in classi dell’ordinamento romano si basava sulle origini delle persone piuttosto che sulla ricchezza. I plebei non avevano alcun diritto politico e l’unico modo per tutelarsi era quello di diventare “clienti” di un patrizio, fornendogli servizi in cambio di protezione. Dopo quasi quarant’anni di regno (753 a.C. - 716 a.C.) impegnati nell’elaborazione delle principali istituzioni politiche, militari e religiose di Roma, oltre che in fortunate imprese belliche (come la conquista di nuovi territori sottratti all’etrusca Veio e alla latina Fidene), Romolo scomparve misteriosamente durante un’eclissi di sole accompagnata da una tempesta, mentre passava in rassegna l’esercito: lo si disse asceso al cielo e, pertanto, fu venerato come divinità protettrice di Roma con il nome di Quirino, ma non mancò il sospetto che fosse stato ucciso dai senatori insofferenti della sua autorità.
Secondo la tradizione, dei sei successori, i primi tre furono indigeni con alternanza di un sabino e di un romano; gli ultimi tre provennero dall’Etruria. Questa suddivisione fa pensare che, dopo un periodo in cui l’alleanza tra latini e sabini riuscì ad escludere dal potere la tribù di origine etrusca (Luceri), gli stessi, nel momento di loro massima espansione, riuscirono a ribaltare la situazione e ad imporre al governo di Roma un loro magistrato; del resto Roma si trovava proprio al centro delle loro rotte verso il sud dove avevano già colonizzato alcune città della Campania. Il sabino Numa Pompilio (715 a.C. - 672 a.C.), ispirato dalla ninfa Egeria e dedito a opere di pace, riformò il calendario, istituì i principali collegi sacerdotali e fece innalzare il tempio di Giano. Il romano Tullo Ostilio (672 a.C. - 640 a.C.) conquistò Alba Longa, grazie alla vittoria degli Orazi sui Curiazi , e instaurò un’egemonia sulle popolazioni vicine. Anco Marzio (640 a.C. - 615 a.C.), nipote di Numa, insediò sull’Aventino i Latini assoggettati, fondò la colonia di Ostia, aprendo la via all’espansione commerciale, e promosse la costruzione di notevoli opere pubbliche (ponte Sublicio, acquedotto dell’Aqua Marcia, le saline, il primo carcere pubblico). Dei tre re di origine etrusca, Tarquinio Prisco (615 a.C. - 587 a.C.), trasferitosi a Roma da Tarquinia, riuscì a farsi eleggere re ingraziandosi vasti strati della popolazione: attraverso una vera e propria campagna elettorale ottenne l’appoggio della plebe, che nel frattempo era cresciuta nella città ed includeva ora i nuovi artigiani e commercianti etruschi (i quali, pur non avendo diritti politici, avevano una grande disponibilità di denaro). Dopodiché, consolidò il prestigio della monarchia con le vittorie sui Sabini e i Latini, con provvedimenti a favore delle classi inferiori (minores gentes) e l’intrapresa di grandi lavori quali il circo Massimo, i portici del Foro, la Cloaca Massima, il tempio di Giove sul Campidoglio, nonché con l’adozione di prerogative regali come il corpo di guardia di dodici littori e l’uso di trono, scettro e toga purpurea. Servio Tullio (587 a.C. - 549 a.C.), di nascita oscura, ma allevato accuratamente nella reggia perché predestinato al regno da segni divini, ampliò la città fino a comprendere i sette colli (Palatino, Campidoglio, Celio, Aventino, Quirinale, Viminale, Esquilino), cingendoli di una solida cerchia di mura (mura “serviane”). A questo punto, la necessità di dotare Roma di un esercito all’altezza della sua nuova dimensione (nel suo territorio, che si estendeva dal Lazio alla Sabina e alla bassa Etruria, vivevano qualcosa come ottocentomila persone, di cui almeno centomila nell’Urbe), convinse il re a operare una profonda riforma delle istituzioni cittadine sostituendo alla primitiva divisione dei cittadini secondo la nascita, quella in classi secondo il census (la ricchezza): ciascuna classe forniva un determinato numero di centurie di fanti e cavalieri, per un totale superiore ai ventimila soldati. Ma le centurie non furono solo delle unità militari, in quanto sostituirono dal punto di vista politico le curie: nelle assemblee dei “comizi centuriati” ad ogni centuria veniva assegnato un voto, con il risultato che il potere passava dai nobili patrizi ai ricchi, i quali erano coloro in grado di finanziare un esercito adeguato. I comizi curiati continuarono ad esistere, ma si occuparono di questioni minori. Infine, con la fondazione del tempio di Diana sull’Aventino, Servio Tullio fece della città un centro di attrazione politico e religioso per molte comunità latine. Con Lucio Tarquinio, detto il “Superbo” (549 a.C. - 509 a.C.) si ebbe la fine della monarchia. Giunto al potere con l’uccisione di Servio Tullio, ridusse i Romani ad uno stato servile, tanto che le opere pubbliche venivano realizzate con il lavoro gratuito e obbligatorio degli stessi cittadini, patrizi e plebei indistintamente. Nonostante i numerosi successi militari sui popoli vicini, i suoi metodi tirannici gli suscitarono contro una violenta reazione, soprattutto dei patrizi, che si sentivano danneggiati nei loro privilegi: l’affronto recato da suo figlio Sesto a Lucrezia, uccisasi per la vergogna, fu la scintilla della rivolta che, sotto la guida del marito offeso, Tarquinio Collatino, di Giunio Bruto
Dopo la fondazione della citta, Romolo ne divenne il primo Re e provvide all’aumento della popolazione con la concessione del diritto di asilo ai fuggiaschi dai paesi vicini e procurando loro le spose con il leggendario rapimento delle donne Sabine durante una festa religiosa; risolse quindi il conseguente conflitto scoppiato con i Sabini accogliendoli a tutti gli effetti nella civitas romana e associando al trono il loro re, Tito Tazio . Per un breve periodo, quindi, Roma venne governata da due Re i quali, per evitare problemi di integrazione tra le diverse etnie, diedero alla città un ordinamento che prevedeva la suddivisione della popolazione in tre tribù a rispecchiare l’origine multietnica della città: Ramnes (latini), Tities (sabini) e Luceres (etruschi). Ogni tribù comprendeva dieci “curie” e ogni curia dieci famiglie; le curie si riunivano in assemblee (“comizi curiati”), in cui venivano prese a maggioranza le più importanti decisioni riguardanti la vita dei cittadini. Ogni curia doveva contribuire all’esercito fornendo una “centuria” di fanti (100) e una “decuria” di cavalieri (10), per un totale 3.000 fanti e 300 cavalieri sotto il diretto comando (imperium) del Re, che assolveva pure alle funzioni di sommo sacerdote e giudice supremo. Vi era poi il consiglio degli anziani (senes, donde la denominazione di Senato), formato dai Patres, i capi delle famiglie più importanti, che coadiuvava il Re nel governo ed era responsabile della sua elezione. Tito Tazio morì molto presto, forse in un’imboscata presso Lavinio, e lasciò Romolo unico monarca della nuova città: questi suddivise Roma in due grandi classi: i “patrizi”, discendenti delle famiglie più importanti, e i “plebei”, che rappresentavano la “moltitudine”, cioè tutti coloro che non erano patrizi; quindi la prima distinzione in classi dell’ordinamento romano si basava sulle origini delle persone piuttosto che sulla ricchezza. I plebei non avevano alcun diritto politico e l’unico modo per tutelarsi era quello di diventare “clienti” di un patrizio, fornendogli servizi in cambio di protezione. Dopo quasi quarant’anni di regno (753 a.C. - 716 a.C.) impegnati nell’elaborazione delle principali istituzioni politiche, militari e religiose di Roma, oltre che in fortunate imprese belliche (come la conquista di nuovi territori sottratti all’etrusca Veio e alla latina Fidene), Romolo scomparve misteriosamente durante un’eclissi di sole accompagnata da una tempesta, mentre passava in rassegna l’esercito: lo si disse asceso al cielo e, pertanto, fu venerato come divinità protettrice di Roma con il nome di Quirino, ma non mancò il sospetto che fosse stato ucciso dai senatori insofferenti della sua autorità.
Secondo la tradizione, dei sei successori, i primi tre furono indigeni con alternanza di un sabino e di un romano; gli ultimi tre provennero dall’Etruria. Questa suddivisione fa pensare che, dopo un periodo in cui l’alleanza tra latini e sabini riuscì ad escludere dal potere la tribù di origine etrusca (Luceri), gli stessi, nel momento di loro massima espansione, riuscirono a ribaltare la situazione e ad imporre al governo di Roma un loro magistrato; del resto Roma si trovava proprio al centro delle loro rotte verso il sud dove avevano già colonizzato alcune città della Campania. Il sabino Numa Pompilio (715 a.C. - 672 a.C.), ispirato dalla ninfa Egeria e dedito a opere di pace, riformò il calendario, istituì i principali collegi sacerdotali e fece innalzare il tempio di Giano. Il romano Tullo Ostilio (672 a.C. - 640 a.C.) conquistò Alba Longa, grazie alla vittoria degli Orazi sui Curiazi , e instaurò un’egemonia sulle popolazioni vicine. Anco Marzio (640 a.C. - 615 a.C.), nipote di Numa, insediò sull’Aventino i Latini assoggettati, fondò la colonia di Ostia, aprendo la via all’espansione commerciale, e promosse la costruzione di notevoli opere pubbliche (ponte Sublicio, acquedotto dell’Aqua Marcia, le saline, il primo carcere pubblico). Dei tre re di origine etrusca, Tarquinio Prisco (615 a.C. - 587 a.C.), trasferitosi a Roma da Tarquinia, riuscì a farsi eleggere re ingraziandosi vasti strati della popolazione: attraverso una vera e propria campagna elettorale ottenne l’appoggio della plebe, che nel frattempo era cresciuta nella città ed includeva ora i nuovi artigiani e commercianti etruschi (i quali, pur non avendo diritti politici, avevano una grande disponibilità di denaro). Dopodiché, consolidò il prestigio della monarchia con le vittorie sui Sabini e i Latini, con provvedimenti a favore delle classi inferiori (minores gentes) e l’intrapresa di grandi lavori quali il circo Massimo, i portici del Foro, la Cloaca Massima, il tempio di Giove sul Campidoglio, nonché con l’adozione di prerogative regali come il corpo di guardia di dodici littori e l’uso di trono, scettro e toga purpurea. Servio Tullio (587 a.C. - 549 a.C.), di nascita oscura, ma allevato accuratamente nella reggia perché predestinato al regno da segni divini, ampliò la città fino a comprendere i sette colli (Palatino, Campidoglio, Celio, Aventino, Quirinale, Viminale, Esquilino), cingendoli di una solida cerchia di mura (mura “serviane”). A questo punto, la necessità di dotare Roma di un esercito all’altezza della sua nuova dimensione (nel suo territorio, che si estendeva dal Lazio alla Sabina e alla bassa Etruria, vivevano qualcosa come ottocentomila persone, di cui almeno centomila nell’Urbe), convinse il re a operare una profonda riforma delle istituzioni cittadine sostituendo alla primitiva divisione dei cittadini secondo la nascita, quella in classi secondo il census (la ricchezza): ciascuna classe forniva un determinato numero di centurie di fanti e cavalieri, per un totale superiore ai ventimila soldati. Ma le centurie non furono solo delle unità militari, in quanto sostituirono dal punto di vista politico le curie: nelle assemblee dei “comizi centuriati” ad ogni centuria veniva assegnato un voto, con il risultato che il potere passava dai nobili patrizi ai ricchi, i quali erano coloro in grado di finanziare un esercito adeguato. I comizi curiati continuarono ad esistere, ma si occuparono di questioni minori. Infine, con la fondazione del tempio di Diana sull’Aventino, Servio Tullio fece della città un centro di attrazione politico e religioso per molte comunità latine. Con Lucio Tarquinio, detto il “Superbo” (549 a.C. - 509 a.C.) si ebbe la fine della monarchia. Giunto al potere con l’uccisione di Servio Tullio, ridusse i Romani ad uno stato servile, tanto che le opere pubbliche venivano realizzate con il lavoro gratuito e obbligatorio degli stessi cittadini, patrizi e plebei indistintamente. Nonostante i numerosi successi militari sui popoli vicini, i suoi metodi tirannici gli suscitarono contro una violenta reazione, soprattutto dei patrizi, che si sentivano danneggiati nei loro privilegi: l’affronto recato da suo figlio Sesto a Lucrezia, uccisasi per la vergogna, fu la scintilla della rivolta che, sotto la guida del marito offeso, Tarquinio Collatino, di Giunio Bruto
S.P.Q.R.

Sono le lettere che figurano sullo stemma ufficiale della città di Ro- ma, precedute da una croce greca e accostate diagonalmente. Sono le abbreviazioni di Senatus PopulusQue Romanus e indicano le massi- me autorità della città, il Senato e il Popolo. La sigla probabilmente entrò in uso con l' istituzione della Repubblica, e non durante la Mo- narchia, anche se una leggenda fa risalire l'origine della sigla ai Sa- bini, per esprimere la loro forza: Sabinis Populis Quis Resistet? Le lettere sono state oggetto di numerose interpretazioni, tanto che una cronaca del Quattrocento riporta questi significati: Sapiens Populus Quaerit Romam, Stultus Populus Quaerit Romam, Senex Populus Quaerit Romam, Salus Papae Quies Regni, Sanctus Petrus Quiescit Romae. Emblematica della Roma papale è l'interpretazione data dal grande poeta Giuseppe Gioachino Belli in un sonetto del 1833:
Quell' esse, pe, ccù, erre, inarberate sur portone de guasi oggni palazzo, quelle sò cquattro lettere der cazzo, che nun vonno dì ggnente, compilate. M' aricordo però cche dda regazzo, cuanno leggevo a fforzza de frustate, me le trovavo sempre appiccicate drent'in dell'abbecce ttutte in un mazzo. Un giorno affine me te venne l'estro de dimannanne un po' la spiegazzione a ddon Furgenzio ch' era er mi' maestro. Ecco che mrn'arispose don Furgenzio: «Ste lettre vonno dì, ssor zomarone, Soli preti qui rreggneno: e ssilenzio».Ancora sotto i papi, prima del 1870, alludendo alla scarsa autorità del Comune, la sigla veniva interpretata Si Peu Que Rien. Si racconta an- che una pasquinata di quando, alla morte di un papa, fu trovata la sigla S.P.Q.R. su una parete dei palazzi vaticani, e al pontefice neoeletto che ne chiedeva spiegazione, lo scritto fu così interpretato: Sublato Papa Quietum Regnum. n nuovo papa sorrise e uno dei presenti gli chiese: Sante Pater Quare Rides ? E il papa rispose: Rideo Quia Papa Sum. Dopo il 1870, alludendo alla fine del potere temporale dei papi, ven- ne interpretato Sanctus Pater Quondam Rex; e quando poi fu mini- stro delle Finanze Quintino Sella (1827-84), che tartassava i cittadi- ni, venne fuori l'interpretazione Sella Piglia Quanto Resta, che era poi ben poco.
Quell' esse, pe, ccù, erre, inarberate sur portone de guasi oggni palazzo, quelle sò cquattro lettere der cazzo, che nun vonno dì ggnente, compilate. M' aricordo però cche dda regazzo, cuanno leggevo a fforzza de frustate, me le trovavo sempre appiccicate drent'in dell'abbecce ttutte in un mazzo. Un giorno affine me te venne l'estro de dimannanne un po' la spiegazzione a ddon Furgenzio ch' era er mi' maestro. Ecco che mrn'arispose don Furgenzio: «Ste lettre vonno dì, ssor zomarone, Soli preti qui rreggneno: e ssilenzio».Ancora sotto i papi, prima del 1870, alludendo alla scarsa autorità del Comune, la sigla veniva interpretata Si Peu Que Rien. Si racconta an- che una pasquinata di quando, alla morte di un papa, fu trovata la sigla S.P.Q.R. su una parete dei palazzi vaticani, e al pontefice neoeletto che ne chiedeva spiegazione, lo scritto fu così interpretato: Sublato Papa Quietum Regnum. n nuovo papa sorrise e uno dei presenti gli chiese: Sante Pater Quare Rides ? E il papa rispose: Rideo Quia Papa Sum. Dopo il 1870, alludendo alla fine del potere temporale dei papi, ven- ne interpretato Sanctus Pater Quondam Rex; e quando poi fu mini- stro delle Finanze Quintino Sella (1827-84), che tartassava i cittadi- ni, venne fuori l'interpretazione Sella Piglia Quanto Resta, che era poi ben poco.
PERCHE' SI CHIAMA ROMA
L' origine del nome della città è avvolto nel mistero. Secondo gli an- tichi cronisti di lingua greca, come riferisce lo storico Plutarco, il nome risalirebbe a «Roma, figlia di Italo e Leucaria, oppure di Te- lefo figlio di Ercole, andata sposa ad Enea oppure ad Ascanio, figlio di Enea». «Per altri ancora fu Romano, figlio di Odisseo e di Circe», aggiunge Plutarco, «per altri Romo, figlio di Ematione, che Diome- de inviò da Troia, e per altri Romide, tiranno dei Latini, il quale espulse dalla regione gli Etruschi». Secondo una variante della leg- genda troiana, Ascanio avrebbe avuto due gemelli, Rommylos e Romos, ovvero Romolo e Remo, fondatori della città che da loro avrebbe preso il nome; anche se poi a fondarla fu uno solo di loro. Mario Onorato Servio, vissuto tra il IV e il v secolo d.C., sosteneva invece che derivasse da un nome arcaico del Tevere, Rumon o Ru- men, la cui radice era analoga al verbo ruo "scorro"; sicche Roma avrebbe significato la "Città del Fiume". In ogni caso, secondo quanto racconta ancora Plutarco, «sulle rive dell'insenatura sorgeva un fico selvatico, che i Romani chiamavano ruminalis perche i ge- melli vi furono allattati; oggi ancora i Romani chiamano Rumilia una dea che viene invocata durante l'allattamento dei bambini». Se- condo un' altra interpretazione, Roma deriverebbe dal termine greco rhomè che significa "forza"; quindi Roma si sarebbe chiamata così in quanto "città forte" e sarebbero stati «i Pelasgi, che, dopo aver vi- sitato quasi tutte le terre abitabili e soggiogati quasi tutti i viventi», scrive sempre Plutarco, «si fissarono dove sorge Roma, e per la pro- pria forza in guerra diedero il nome alla città». Più suggestiva la tesi di alcuni storici moderni, secondo i quali il no- me sarebbe derivato dall'etrusco ruma, "mammella", con due spie- gazioni. Una farebbe riferimento ad una lupa che avrebbe allattato i gemelli; 1'altra si collegherebbe ai colli del Palatino e Aventino pa- ragonabili, nella forma, a due mammelle. Infine il nome avrebbe un' orig!ne "segreta" che si svela leggendolo da destra a sinistra: Amor. E una tradizione che risale al v secolo d.C., quando visse lo scrittore bizantino Giovanni Lorenzo Lido che così l'interpretò; fu ritenuta possibile nel Medioevo, ma non è documentata, a parte un graffito sulla parete di una casa di Pompei.
BREVE STORIA DI ROMA

Narra la leggenda: Rea Silvia, figlia di Numitore, ebbe da Marte, dio della guerra, due gemelli che dovevano essere gettati nel Tevere. Ma colui che doveva sacrificarli non ebbe cuore di abbandonarli alla corrente, e li depose presso il Ficus Ruminalis, ai piedi del Germalus. L'Acqua del Tevere, ritirandosi poco a poco, lasciò tranquilli i due bambini; essi vennero raccolti dal pastore Faustolo, che li portò alla moglie Acca Larentia. Prima del rinvenimento di Faustolo, i gemelli ebbero il latte da una Lupa accorsa ai loro vagiti. Acca Larenzia li allevò, e pose loro i nomi di ROMOLO e REMO. Fatti adulti, essi tracciarono col vomere sacro, cui aggiogarono secondo il rito etrusco un bue e una giovenca, il solco quadrato che doveva designare il circuito delle mura. Ma vennero a lite, poichè ognuno avrebbe voluto dare il nome alla Città e reggerne le sorti; e nella contesa Romolo uccise il fratello.
La nuova città, fatta di povere e improvvisate capanne, fu fondata il 21 aprile dell'anno 753 a.C.: e si chiamò ROMA. Fin qui la leggenda, ma è assai probabile che la città sia stata invece costruita da popolazioni del Lazio, come fortezza di confine contro gli Etruschi, e come porto commerciale essendo, tramite il Tevere, collegata col Mediterraneo. Diversi re succedono a Romolo. La città, che sul Palatino fu detta Roma Quadrata, andò sempre più allargandosi nella cinta dei Sette Colli: Capitolino, Palatino, Viminale, Esquilino, Celio, Aventino e Quirinale. Roma, sorta in situazione privilegiata sul fiume e vicina alla costa, domina la via commerciale dall'Etruria alla Campania. Nella età repubblicana, Roma è teatro di continue guerre interne ed esterne; le prime tra i nobili e il popolo, le altre con gli Etruschi e, quindi con gli Equi, i Volsci e gli Ernici. Dopo l'invasione dei Galli, nel 390 a.C., Roma lotta ancora coi Latini e coi Sanniti, più tardi coi Cartaginesi, fino a quando, con la vittoria di Scipione su Cartagine, Roma diviene padrona della parte occidentale del Mediterraneo. Con l'accrescersi della sua potenza, Roma si va trasformando da repubblicana in imperiale e Giulio Cesare, con il suo prestigio, ne favorisce il trapasso. Ma sarà il nipote Ottaviano che, dopo l'uccisione di Cesare nel 44 a.C., riuscirà a realizzare l'impero. Salito al trono imperiale col nome di Augusto nel 23 a.C. l'imperatore dà grande incremento all'edilizia e all'arte e contribuisce alla formazione di quelle meravigliose opere marmoree, delle quali gli autori del tempo scrissero con tanto entusiasmo e ammirazione. Fu sotto il regno di Augusto che, nell'anno 753 dalla fondazione di Roma, nacque Gesù nella provincia romana della Palestina. Roma si abbelliva intanto di archi trionfali, di teatri, di monumenti e palazzi. Nel sec. Il d.C. la città aveva raggiunto l'apice del suo splendore, ma ben presto i barbari giunsero ad assalire da ogni parte l'impero. Frattanto il Cristianesimo si divulgava irresistibilmente contro ii paganesimo, e nel 330 Costantino lo costituiva religione di Stato, trasferendo la capitale dell'Impero a Bisanzio, che prese il nome di Costantinopoli. Un colpo finale ebbe Roma dai Visigoti e dai Vandali, che incendiarono la città saccheggiandola, e lasciandola misera e deserta. Nello stesso sec. V si affermò una nuova grande potenza, il Papato, che impedi la scomparsa di Roma e costitui la base della grandezza avvenire. I pontefici Leone il Grande (440-461) e S. Gregorio ne furono i grandi iniziatori; essi fecero edificare chiese, conventi e palazzi, richiamando in vita la città agonizzante. Con questo riconoscimento dell'autorità pontificia inizia il Medioevo, e si sviluppa la Roma medioevale. Dovunque sorgono fortezze, bastioni e grandi opere di fortificazione, e le torri di difesa e di offesa, delle quali restano ancora evidenti vestigia. Per le costruzioni vengono adoperati i materiali degli antichi monumenti abbandonati. In breve Roma diviene meta di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo, fin dal primo giubileo, promosso nell'anno 1300 da Bonifacio VIII; e mentre la Corte Pontificia restituisce alla Città l'antico splendore, i Papi divengono così potenti, da incoronare imperatori, re e feudatari. Quando nel 1305 Clemente V, di origine francese, trasferisce ad Avignone la sede del Papato, Roma è ancora una volta colpita, fino a che non appare il suo salvatore nella persona di Gregorio XI, il quale, riportando a Roma la sede del Papato si impadronisce della Città, che torna ad essere il centro di tutto il mondo culturale dell'epoca. Sotto i grandi pontefici Nicolò V (1447-1455), Giulio II (1503-1513) e Leone X (1513-1521) fiorisce il Rinascimento. Ma nel 1527 l'esercito di Carlo V, con l'aiuto del conestabile di Borbone, distrugge ed incendia la città. Passata la nuova bufera, la Chiesa, trionfale nella lotta contro la Riforma, riesce a fare di Roma una città di incomparabile bellezza. Il Rinascimento e il susseguente periodo del Barocco imprimono a Roma la fastosa impronta che rende mirabile e suggestivo il volto della Città. Dopo l'evento grandioso della rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche, la nuova Repubblica Romana anima il sacrificio dei Garibaldini e dei patrioti, che si coronerà il 20 settembre 1870, con l'unione di Roma all'Italia. La crisi tra il nuovo regno e il Papato si risolve poi nel 1929 con il Concordato voluto da Benito Mussolini tra Stato e Chiesa, che conferisce al Pontefice la sovranità sul simbolico Stato della Città del Vaticano. Da 260.000 abitanti nel 1870, Roma ne conta oggi circa quattro milioni, e la sua popolazione è in continuo aumento, mentre è sempre costante da ogni parte del mondo l'afflusso di stranieri.
ROMA

Roma è la capitale della Repubblica Italiana, nonché il capoluogo della Regione Lazio e della provincia di Roma. Con i suoi oltre 2.700.000 abitanti distribuiti su una superficie di 1.285 km² e con un'area metropolitana che conta una popolazione di circa 3.700.000 abitanti,[1] è il comune più popoloso e più esteso d'Italia. Nel contesto dell'Unione Europea, invece, il comune si colloca al quarto posto in termini di popolazione dopo Londra, Berlino e Madrid, ed è tra i più estesi. Ospita al suo interno l'enclave della Città del Vaticano, il cuore della cristianità cattolica. Il centro storico della città, sovrapposizione di testimonianze di più di 2.800 anni di storia, è stato inserito nella lista dei UNESCO e fa della città una tra le più frequentate mete del turismo mondiale: 26,1 milioni di presenze nel 2007.
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